Noi “Sovversivi” siam così.

18 novembre 2007 by: Liborio Butera

Può il mangiare essere una metafora del pensare? Secondo noi, sì. Fra le cose che distinguono l’uomo dagli altri esseri viventi c’è il particolare legame che egli, sin dall’inizio della sua storia, ha istituito con il cibo. Gli animali si nutrono, l’uomo mangia e, nel mangiare, non si accontenta di consumare gli alimenti, ma insieme li pensa. Ha, cioè, nei confronti del cibo, un rapporto eminentemente simbolico. Costui, è l’unico essere vivente per il quale l’atto biologico di mangiare si traduce dalla natura in cultura. Cucinare significa lasciar fuori dalla porta l’universo caotico e casuale, calarsi dentro un sistema chiuso, dotato di rituali e regole precise che vanno rispettate, oppure violate, ma solo dopo che le si è apprese. Le ricette sono, in cucina, ciò che per Platone, in filosofia, erano le idee, ossia modelli intellegibili universali cui il demiurgo dava una forma e una conoscibilità specifica. Allo stesso modo il cuoco, mediante regole e rituali,  crea ogni volta dall’ universale un originale, cioè un piatto riconoscibile e riproducibile. Il rapporto tra cucina e filosofia è sicuramente più profondo di quanto appaia in superficie e varrebbe la pena approfondirlo. Fra gli appunti di Kant che precedettero la stesura della “Critica della ragion pura”, in uno si trovò scritto: “nel gusto ognuno di noi ha il modello o l’idea originale in testa”.

Ebbene, in tempi di cibi transgenici, ogm, e mercati globali che pretendono di imporre standard gastronomici omogenei, noi siamo degli “affamati” di pietanze originali, abbiamo “appetito” delle ricette tradizionali e non siamo mai “sazi” della sapienza di antichi gesti. E  “ci disgusta” questa sorta di espropriazione culturale gastronomica,  “digeriamo a fatica” la mortificazione  della cultura locale  culinaria, e “abbiamo la nausea” solo a vedere da lontano un McDonald’s.

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