Ethica, o dell’umana ignoranza.
18 novembre 2008 by: Liborio Butera

Comincio a pensare che quando Spinoza scrisse nell’Etica “spesso, quando siamo combattuti fra desideri contrastanti, vediamo il meglio ma scegliamo il peggio”, plausibilmente questo pensiero possa essere riferito a coloro che credono razionalmente sostenibile che la volontà individuale sia il principio ultimo, il motore immobile di ogni diritto rivendicato come moderno e inviolabile, il rifugio dove proteggere pensieri, desideri, convinzioni.
E invece proprio tu, luminoso razionalista, ci hai lasciato in eredità l’Ethica more geometrico demonstrata non come l’esibizione dell’umana scienza, ma dell’umana ignoranza. Se i miei pensieri sono in continuo divenire, nemmeno io posso davvero sapere che cosa avrei voluto per me finché non provo realmente ciò che avevo solo immaginato. La mia volontà non si dà mai compiuta e perfetta una volta per tutte, sempre mi può essere rimessa, sempre è revocabile. Figuriamoci quando si tratta della volontà su una scelta irrevocabile.
Figuriamoci quando la mia volontà è dedotta da altri. Chi può sapere quello che penso e voglio qui e ora? “Per esperienza noi compiamo moltissime azioni delle quali poi ci pentiamo” continui nell’Etica, insinuando una crepa nella perfetta costruzione. Grazie Spinoza per averci regalato questo curioso paradosso, che mentre hai dimostrato con teoremi e corollari la verità sul mondo su dio e su noi stessi, hai svelato i limiti della umana volontà. Esiste il dubbio, il mistero, l’aperto, unica salute del mondo.




bel post Liborio, Spinoza sarà contento…
Non mi aspettavo di trovare filosofia in un blog di cucina! Sono arrivato a voi attraverso youtube seguendo il percorso dei risotti prima e del riso poi. Mi complimento con te e Carlo Zaccaria per i vostri video e consigli per il vino sopratutto. A presto,Paolo
Grazie e bene arrivato, Paolo
Paolo Liborio è pieno di sorprese.
Non solo cucina ma molta molta cultura!
Questo post è uno dei tanti interessantissimi!
La volontà deve sussistere come l’unico ed ultimo principio dell’essere umano. E’ la volontà che guida e illumina le persone, il loro essere più intrinseco. La volontà è dentro e fuori la nostra testa. Tu dici che la volontà non è mai compiuta ed è in continuo divenire. Non può essere così perché la volontà è razionale e noi siamo materia razionale. Il nostro cervello è razionale. Noi possiamo decidere delle nostre vite e noi conosciamo i nostri sentimenti più reconditi, che sappiamo domare grazie alla volontà. Come fai a dire che i nostri desideri cambiano perché siamo un turbinìo di emozioni e sentimenti(questo mi è parso di capire)? Come fai a dire che non sai cosa vuoi(questo mi è parso, ancora, di capire)? Inoltre la tua volontà non è dedotta da altri, sulla terra, ma solo da chi sta sopra di noi, cioè Dio. Solo a lui spetta stabilire il nostro destino. All’uomo è stato fatto il grande dono della volontà, grande alcova della nostra mente. Tu, grazie a lei, puoi comandare te stesso, le tue scelte, giuste o sbagliate che siano. Il dubbio e l’incertezza sono sentimenti dell’umano divenire che a noi non ci è dato saperaIo comprendo Spinoza.
Paola, informati prima sulla decostruzione del Io moderno.
Dio non decostruisce ma dà all’uomo la possibilità di costruire. L’uomo è attore del suo destino e lo sà gestire in base ad uno dei tre principi stabilit dal filosofo (opinione, ragione e intuizione). Quest’iltimo è la ragione, che riesce ad incanalare il pensiero umano verso il compimento del destino deciso da Dio. Egli ci dà gli strumenti per agire in quanto egli è unica sostanza verso la quale natura e uomo confluiscono. Dio è sempre attuale e moderno, perché ci sono principi indiscutibili che valgono per l’eternità. Dio,a mio avviso sempre moderno e attuale, ci dà il libero arbitrio, ovviamente collocate entro queste regole eterne di buon comportamento.
Dopo questa ripassata di Spinoza, direi che un caffè ci sta proprio bene.
Paola S.
Dimenticavo. Cogito ergo sum. Spinoza parte da questo…
Paola S.
Scusami ma ieri sera, sarà stato un lapsus, ma invece di scrivere “Io moderno” ho scritto “Dio moderno”. Chissà a cosa pensavo…
Vedi Liborio, Spinoza ci dà una sua immagine dell’uomo e della Natura, perfettamente collocati in una dimensione, come dire….geometrica ( e questo lo sai bene perché sei appassionato di filosofia). Tutto si colloca al proprio posto. Così anche i pensieri e le emozioni. Tu, dal canto tuo, non lo condividi, perché dici che non puoi percepire una data emozione o un dato pensiero se non l’hai provato e che quindi tutto è in continuo divenire. Affermi anche che la volontà è revocabile. Io invece condivido il pensiero del grande filosofo. Sono punti di vista.
Ciò che di più bello ha detto è espresso nei seguenti punti.
.) Egli si è messo alla ricerca del vero bene per sé stesso, credendo di trovarlo nelle cose materiali.
.)ha constatato che questa ricerca è stata vana.
.)ha concluso che gli uomini, molto spesso, cercano conforto in cose che apparentemente lo soddisfano ( i beni materiali), ma alla fine si rende conto che la vera ricerca della felicità confluisce nella Natura, come vero rifugio dal dolore e dalla sofferenza.
A questo punto sta all’uomo identificare dove sta la Natura. Cioè, per l’uomo moderno ( e qui dò una mia interpretazione) la “Natura” può essere identificata in tante cose (non materiali ma spirituali). Io dico anche in persone fisiche vere e proprie, come un compagno, una compagna, un figlio, un amico, ecc.
Non so se mi sono spiegata.
Un’ultima cosa: Spinoza non condanna il bene materiale ma non accetta che questo diventi un fine per il raggiungimento dei propri scopi.
@Paola:
Evitiamo per carità di credere di cavarcela con poco parlando così di Spinoza, talmente irriducibile è la sua Ethica a dei “punti”. Considero solo il commento 1 e lo faccio esclusivamente in relazione al mio articolo, tentando di lasciar fuori dalla porta sgomento e incredulità per quanto letto – motivo in più per affezionarmi a Spinoza quando parla degli ubriachi della storia.
Ad ogni modo. Il metodo praticabile della legittima e libera scelta per cui ” Io è il primo soggetto singolare libero, Io esisto dunque decido, Io sono il padrone della mia vita e posso decidere che questa non è vita, Io posso tutto quello che non riguarda il tu”, si basa su un presupposto personalistico di tipo classico, cioè si fonda sull’ idea, kantiana ed hegeliana, che la persona sia perfettamente e compiutamente imputabile per ogni sua scelta, l’idea in base alla quale la persona è una identità. Qual’è la conseguenza logica? Che se non accolgo la sua libertà, ledo la sua dignità.
Ora, tutta la cultura contemporanea occidentale – siamo in Occidente, no? o non è il tuo punto di vista? – ha de-costruito questo presupposto personalistico di tipo classico. Cosa dice la cultura contemporanea? Dice che l’io è molti, non è uno. La conseguenza è l’ assoluta complessità e contraddittorietà della persona, che continuamente è soggetta a mutamento, è trasformabile. Questa idea moderna di persona ammette in sè intrinsecamente la trasformabilità della persona, i “molti nomi” della persona. A quel punto, la scelta, la volontà che affliggeva la persona precedente, cessa di avere alcun senso di compiutezza rispetto alla volontà della persona successiva. Qual’è la conseguenza logica? Che oggi, accolgo e rispetto la volontà dell’ io di oggi, ma domani quella volontà gli potrebbe essere rimessa, proprio perchè quell’io di oggi non è più l’io di prima. Oggi ha scelto “un nome” della persona, ma domani potrebbe essere “un altro” nome a scegliere. Attenzione. Non sto dicendo che è giusto, magari è un delirio, non lo sappiamo. Però è così, sia che ne siamo consapevoli, sia che non.
Come la mettiamo allora? Come la mettiamo con l’urgenza moderna dell’Io di decidere sul fine-vita? Come la mettiamo con la prospettiva di una possibilità di “delega” di quella volontà? Se la scelta è irrevocabile, si può delegare? E a chi? A un Tribunale?
Come vedi, la questione è molto più critica dello zoccolo duro delle tue affermazioni.
Non sono d’accordo.
Su cosa non sei d’accordo?
Grazie sua Eccellenza Butera, per averci accordato un pò del suo tempo e per aver fiutato, con il suo nobile naso, una risposta interessante, degna, almeno, di essere commentata.
Noi poveri comuni mortali siamo relegati nel limbo (cioè in un luogo non ben definito, che non chiarisce la nostra posizione)della subcultura(sub perché non può essere apostrofata come cultura) o meglio della sottocultura. Ci troviamo invischiati nella storia e nella storicità e nelle presunte ideologie di facile consumo e mercificazione. Pur essendo in questa condizione (rispetto alla sua, Sig. Butera),non ci poniamo innumerevoli quesiti sulle molteplici sfaccettature dell’IO MODERNO (come lei lo definisce). Perché è proprio questo suo pensiero che, ritengo, sia un prodotto della socializzazione dell’IO (che non riesce più a trovare sé stesso, la propria individualità); e questa è una condizione nella quale anche lei vive, Sig. Butera. L’apertura verso la società moderna ed il progresso (che anche lei ha saputo compiere, con il suo Blog e tanto altro) ha causato la depersonificazione dell’individuo.
Il mio rimedio è quello di recuperare la singola soggettività di ognuno, attraverso la genuinità e la spontaneità, abbandonando tutti quegli artifici in cui siamo costretti a vivere ( e di cui lei fa un ampio uso, come Internet, Facebook, ecc.)Inoltre, ricorrendo al recupero della materia pensante, si potrà formulare ipotesi più sicure sul futuro e sulle incertezze del domani, visto che lei ne ha molte, mi sembra.
Inoltre:
Spinoza non si riassume in punti ortografici ma in punti di vista.
L’Occidente non è un punto di vista ma un luogo geografico.
Io posseggo dei punti di vista ma rapportati alla realtà concreta, evitando di inerpicarmi su ( a volte) dispersive evasioni mentali.
Il suo pensiero si conformerebbe molto bene a quello del Pirandello (lo conosce?); in particolar modo ad una delle sue opere più belle: “UNO, Nessuno, Centomila”. Egli ha una concezione vitalistica della realtà, che è in contimuo movimento, un eterno divenire, una trasformazione continua da uno stato all’altro. In questa moltiplicazione, l’uomo perde la sua individualità, diventando Nessuno o Centomila. Ma la sa quale è la differenza del Pirandello rispetto alla sua? E’ la maschera, impostaci dalla società. Così noi sembriamo, agli occhi degli altri, un’altra persona, diversa da quella che noi stessi percepiamo.
Lei indossa una maschera? Non penso; quindi sà percepire quale sia il suo vero io… ed ecco che cade il suo castello di teorie, quello che si basa sulla indeterminatezza dell’Essere, perché lei è un Essere pensante. Lei non è una maschera sociale.
Capito???????
Mi scusi ma questo confronto sembra diventata un’arena. Il mio primo commento voleva essere solo una mia partecipazione alla discussione. Il suo intervento successivo si è rivelato abbastanza duro e, di conseguenza, io mi sono diesa, usando un tono più polemico. Però direi di finrla qui, evitando di essere ancor più duri. Non è un gioco intellettuale ma un confronto intellettuale.
Grazie per la cortese atenzione.
Cara signora Paola, il concetto di uomo con la sua soggettività è frutto di un prodotto storico dell’occidente europeo. La rivoluzione filosofica dell’occidente ha scatenato e valorizzato fino in fondo la volontà di potenza dell’individuo. Anzi, fa dell’individuo stesso la trascendenza, perchè l’individuo è potenza che si trascende nel suo andare sempre oltre ( pensi a Nietzsche, a Heidegger) . L’ esser-ci è trascendenza che va costantemente oltre, l’essere è trascendente, io non sono che il mio essere possibile, il mio costante trascendermi. Che significa questo? Che l’esistenza consiste nel non essere mai imprigionato e imprigionabile in contenuti determinati. Che io sono una societas e le diverse persone in me non sono mai in pace, è una fatica continua. Che l’Altro, il prossimo, non è l’assolutamente Altro da me, ma è l’Altro che io stesso sono. Secondo questa declinazione dell’Io, è possibile parlare di “maschera”: noi procediamo in maschera e non possiamo fare diversamente – è l’ infirmitas per Agostino -, continuamente ci nacondiamo ( “larvatus” proprio, secondo la tradizione biblica di Adamo che “si copre”, si nasconde allo sguardo di Colui che lo può perfettamente vedere). Solo il cadavere è “smascherato”, ma lo è fino in fondo? Allora, come facciamo a sapere chi siamo? A sapere qual’è la nostra vera identità? Non è il nostro enigma il conoscerci? Non siamo pellegrini, in itinere, in dubio? Solo gli idioti affermano di sapere chi sono – e, osservi bene, stesso etimo per un idiota, un idioma, una identità -. E allora? Come se ne esce? Nel pensiero occidentale probabilmente non se ne esce.
Spero di essere uscito da ciò che lei ha definito “Arena”
Mi hai colpito quando dici che l’Altro , il prossimo, non è assolutamente altro da me ma è L’Altro che io stesso sono.
Liborio, ti ho dato del tu, perché il “LEI” del mio ultimo commento voleva essere una presa di distanza maggiore dal tuo pensiero, con una vena di polemica.
Passiamo oltre.
Il frutto (come lo definisci tu) dell’Occidente europeo è sì la soggetività ma in questo OCCIDENTE ci vivi anche tu. Se vuoi usare questo termine (soggettività) come una strumentalizzazione polemica dell’individualità dispersa dell’uomo moderno non mi sta bene. La soggettività dell’individuo è pura certezza, pura essenza indiscutibile, pura compensazione dell’indecifrabilità della vita. La soggettività è il nostro rifugio, il nostro bastone della vecchiaia, la nostra casa, la nostra certezza dell’Essere, in quanto: COGITO ERGO SUM.
Se io penso e quindi sono, non mi occorre indossare una maschera per apparire come io vorrei. Ma se tu dici che la portiamo, allora mi fai pensare che tu vuoi che gli altri ti vedano in un certo modo, come ti piacerebbe essere realmente. Liborio, sò che non è così.
Io ribalterei il concetto di volontà di potenza come vorrei che fosse interpretato. Attenzione, non voglio stravolgere il pensiero di chi ne ha scritte più di me, ma voglio esprimere il mio dissenso più profondo sull’interpretazione della cosiddetta “VOLONTA’ DI POTENZA”.
Se si chiama “volontà” e se si definisce “di potenza”, allora perché non far confluire questi due significati verso una reinterpretazione della realtà di fatto, che a sua volta ci permetterebbe di recuperare la soggettività?
Cioè se la volontà è tale, se la potenza è tale, allora significa che entrambi ci assicurerebbero una riaffermazione di quelle certezze che tutti abbiamo in noi stessi ma che apparentemente sembrano non sussistere, a causa di quella società che tu stesso hai nominato.
Per il mio modesto parere, la trascendenza non deve essere un mezzo per stravolgerci oltre quello che siamo. TRASCENDENZA per me potrebbe sgnificare miglioramento e accrescimento di ciò che però già esiste:l’individuo con le sue certezze.
L’uomo si è coperto nel momento in cui ha capito di non essere perfetto davanti a Dio, a colui che invece è perfezione assoluta. Ma non si è mascherato per apparire diversamente. Ha semplicemente coperto le proprie vergogne. Ed ha continuato a condurre un’eistenza, consapevole di essersi macchiato di una colpa dalla quale non potrà più divincolarsi(il peccato originale, indotto, guarda caso, da una donna…..)
Nella morte ci spogliamo di tutto, perché siamo giunti al momento del resoconto finale. Davandi a Dio noi siamo noi stessi, privi di qualsiasi artificio, ripuliti delle sporcizie della vita, del fango, del marciume che, nostro malgrado, portiamo addosso (molto spesso inconsapevolmente, a causa della già colpevolizzata società moderna).
L’unica cosa che condivido è quando dici che:”… l’Altro, il prossimo, non è Altro da me ma è l’Altro che io stesso sono…”. Concetto alquanto sublime e trascendente (questa è la vera trascendenza) Ovviamente questo concetto ha fatto “breccia” nella mia mente se vuol signficare ciò che io ne deduco.
Beccati sto commento….
Paoletta
Avrei da aggiungere che sei un furbastro.Più si risponde agli appelli e più si parla….e più si parla….
Mi atterrò, letteralmente, al profondo “cogitare” quanto alle distanze di cui in premessa: senza offesa ma… riprenda a darmi del Lei.
Con simpatia.
Si potrebbe evitare pure questa freddezza. Io propongo il TU, però se vuole tirarsela mi va bene il LEI.
Che ne dici…ops dice?
Con antipatia
))