La pittura onirica di Beatrice Scaccia
1 dicembre 2009 by: Liborio Butera

L’ attuale panorama artistico è ricco di esperienze opinabili. Ognuna di esse è tangibile selettività soggettiva, perché ciò che risulta dall’estroso gesto, aggrada la percezione visiva e riassume il tentativo dell’autore. Ma ad un’attenta analisi, le vere fondamenta del prodotto artistico, quale ad esempio un quadro oppure una scultura, sono ancor più insite e non alla portata di tutti. Cioè la tecnica, la conoscenza storica del mondo dell’arte e l’esperienza che non sintetizza un tentativo di accrescimento, appartengono a coloro che si possono veramente definire per mezzo del sostantivo “artista”.
E proprio nell’opera di Beatrice Scaccia, troviamo ogni aspetto del percorso individuale non solo di una giovane donna ma anche di una coscienza tutta al femminile. Un dono, quello della Scaccia, che innanzitutto trae le proprie origini dalla terra in cui è nata. Non possiamo certo scorgere tracce della Ciociaria nei suoi quadri, essendo surrealisti quanto, qualche volta, dadaisti nell’atteggiamento dissacratorio del figurativo. Però la pittrice ha tratto linfa magniloquente da quella terra fin troppe volte rappresentata soltanto con una riduttiva ruralità; termine che, ad oggi, avrebbe comunque ben poco di denigrante, dato il nostro perenne tentativo di esaltare la genuinità della terra ed il suo prodotto .
La Ciociara Scaccia si è formata a Roma, frequentando presso l’Accademia delle Belle Arti il corso tenuto dal maestro Gino Marotta. Le sue opere sanno liquefare profondamente l’oggettività di un volto, di un’espressione, rovesciando la tridimensionalità dai vari punti di vista. Trasfigurati nell’ oniricità, i personaggi di Beatrice non sanno guardare l’osservatore, perché il più delle volte lo rifuggono con apparente indifferenza. Perché forse avrebbero voglia di uno slancio di volontà ma il peso della realtà è troppe volte più forte di essa.


