TFA 2012 – Il prima, il durante e il dopo di Davide Passuello

Riassumere la condizione dei precari non è facile e nemmeno servirebbe dato che, soprattutto in questi anni più che in precedenza, questo termine è diventato familiare a tutti, fin troppo. Ciò che pare strano è associare questo termine inevitabilmente ed irrimediabilmente alla Scuola in quanto permanente ed immutabile stato di vita, professionale e non, quando invece è legato alla situazione quotidiana di migliaia di persone che con il mondo scolastico non hanno nulla a che fare.
Difficile sarebbe riassumere in poche righe la quotidianità e il non-futuro di ciascuno dei lavoratori della scuola, certamente oggi rotante intorno ad un centro di gravitazione ritenuto fondamentale: il TFA.
Questo Tirocinio Formativo Attivo dovrebbe essere la fine del precariato poiché inizio di un processo strutturato di reclutamento per il mondo della Scuola. In realtà, finora, è stato solo argomento di disputa tra i vari soggetti (Ministero, sindacati, i precari stessi) nonché terreno di contraddizioni e perplessità.
Possiamo suddividere la storia del TFA in tre fasi principali: prima, durante e dopo; e solo una di queste, il “prima”, è in fase di svolgimento poiché dopo quasi un anno e mezzo dalla pubblicazione del Decreto iniziale non siamo ancora arrivati ad avviarlo.
In questo lunghissimo periodo i temi riguardanti il TFA sono stati molti, alcuni di questi hanno dato luogo a confronti piuttosto accesi tra le parti interessate. Innanzitutto i precari si sono divisi sull’accesso a numero programmato: chi ha giorni di servizio lo ritiene ingiusto e penalizzante, chi non ha mai lavorato nella scuola o è laureato lo ritiene corretto ed equo invocando principi di meritocrazia e qualità del personale idoneo. In seguito anche la scala di valutazione è stata oggetto di discussione: questa volta i neolaureati la ritengono ingiusta e penalizzante perché in essa si valorizza eccessivamente il servizio prestato, i docenti già con servizio prestato lo considerano il minimo riconoscimento all’attività svolta. D’altronde il punto di disputa è chiaro e deriva dall’esiguità di posti: a seconda che si privilegi una caratteristica o l’altra delle due categorie, l’opposta si sente in pericolo nell’accesso ai posti disponibili.
Altre questioni fondamentali sono state le prove d’accesso e i posti disponibili. Fino a qualche mese fa non erano infatti ben definite le materie su cui si sarebbero basate le prove d’accesso e così in tutti questi mesi sono stati organizzati corsi a pagamento presso enti certificati per prepararsi a sostenere un terribile test di cultura generale (che peraltro non ci sarà) con un unico risultato a sentire i diretti interessati: costi aggiuntivi che si sommano ad una situazione già gravata di spese. Dall’altro lato, invece, il Ministero che in prima battuta aveva definito il numero di accessi possibili al Tirocinio, una volta dato compito alle Università di organizzarlo, ha dovuto confrontarsi con queste sul numero effettivo di persone che potessero accedere, trovandosi a esaminare un quadro che rivelava numeri decisamente più alti affinché questo corso potesse essere realizzato, oltre che a raffrontarsi con i Sindacati per le numerose contraddizioni presenti in termini di diritti dei lavoratori della scuola. Infine, ma non ultimo per importanza, la notizia mai confermata che questo TFA abbia un costo di circa 6000 euro: insostenibile per i precari se a questa somma si aggiungono tutti i costi collaterali al corso.
Tutto ciò può far comprendere quanto sia confusa la fase di attuazione del TFA, o quanto almeno lo sia stata ricordando che non è ancora terminata. Questo insieme di dispute, perplessità e contraddizioni fa capire anche perché il termine precario sia ormai peculiare del mondo della Scuola.
In questa fase, è inoltre da sottolineare la mancata inclusione di categorie di maestre e docenti diplomati (ITP) che non hanno possibilità di abilitarsi. Soprattutto questi ultimi, già bersaglio principe della Riforma Gelmini, patiscono così l’ultimo atto della loro estromissione progressiva e definitiva dalla Scuola, sempre più distaccata dalla realtà e dal proprio paese in netta controtendenza con quanto accade in altri stati europei dove, al contrario, formazione tecnica e professionale sono maggiormente sostenute ed incentivate.
Il “durante” è la fase che crea meno problemi, nel senso che è definita nelle sue forme, mancano solo i tempi: ci saranno quindi un test d’ingresso, una prova scritta ed una orale su argomenti della propria classe di concorso da superare per poter stilare la graduatoria finale di accesso. L’unica cosa ancora non definita è chi dovrà necessariamente fare queste prove: onestamente appare assurdo farle fare a docenti che da diversi anni lavorano a scuola!
Il “dopo” è ciò che non è definito e, in quanto tale, preoccupa maggiormente. Sebbene gli accessi al TFA siano programmati sulla base del 50% delle cessazioni di servizio per ogni anno, al momento pare che dopo l’abilitazione ci sia un successivo concorso per i posti vacanti, ossia un’ulteriore fase di selezione che i precari abilitati dovranno superare per avere finalmente un posto di lavoro stabile, considerando che la Riforma Gelmini andrà a regime nei prossimi tempi (ulteriore riduzione di ore), i posti attualmente disponibili sono già pochi e in molte classi di concorso risultano soprannumerari docenti con decine di anni di servizio!
E cosa accadrà agli abilitati che non supereranno il concorso? Saranno inseriti in una graduatoria apposta (una “II fascia-bis” in quanto diversi dagli abilitati SISS) oppure dovranno fare altro in attesa del prossimo concorso?
In tutto ciò, dal mio modesto punto di vista, fatico a vedere una logica se non quella di una mera riduzione di spese con tagli, smantellamento illogico e mancanza di progetti ed organizzazione per il futuro e tante sono le iniquità che rilevo: principalmente, l’estromissione di docenti dopo anni di servizio (ITP e teorici) con la forzata conversione a un campo didattico differente e la formazione di docenti con anni di servizio per avere l’abilitazione con la prospettiva di un’altra fase selettiva tramite concorso.
Se anche in parte ciò si può accettare e il Governo chiede ancora una volta di fare sacrifici e di investire sul proprio futuro, allora è giusto che anche il Governo produca investimenti in termini economici (sufficienti finanziamenti alla scuola), strutturali (scuole adeguate ed efficienti) ed organizzativi (orari congrui ad una istruzione efficace e completa, sistema di reclutamento certo, formazione continua degli insegnanti) per dare veramente respiro al futuro del Paese che guida, ricordando che l’eccellenza che dimostriamo in campo nazionale ed internazionale è anche e soprattutto frutto di una buona formazione data dalla Scuola esistente fino a pochi anni fa, non certo la pallida copia che vediamo oggi.

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