La grande lezione di stile di un Docente di Laboratorio

Sono molto amareggiato per tutto quello che mi capita di leggere di tanto in tanto a proposito della soluzione trovata dal governo per i docenti soprannumerari e cioè la riconversione sul sostegno previo corso di formazione. La mia amarezza riguarda certe affermazioni fatte da colleghi, quindi docenti, che, oltretutto, tengono a precisare di essere laureati, plurispecializzati e con tanti anni di esperienza in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Eppure, nonostante tutto, si operano ancora discriminazioni tra docenti, si fanno differenze tra preparazioni e preparazioni, tra materie e materie ecc ecc. Certo, ognuno ha la sua esperienza e il suo percorso di studi, questo è ovvio, ma ritenere che alcuni docenti possano insegnare sostegno ed altri no, perché non laureati oppure perché “tecnico-pratici” mi sembra assurdo. Anzi, mi sembra una discriminazione gratuita e volgare, non degna di un paese civile, dove da più parti si invocano investimenti sulla scuola pubblica e sulla cultura.

Ci tengo a sottolineare che essere un insegnante tecnico pratico non è come avere una brutta malattia e non è un privilegio quello di insegnare, noi ITP lo facciamo semplicemente perchè ce lo siamo meritato. Il privilegio, miei cari colleghi plurilaureati, è una situazione di favore in cui un soggetto si trova rispetto ad un altro per la benevolenza di qualcuno o perché una situazione o una circostanza hanno permesso una cosa che, normalmente, non dovrebbe succedere.

Be’ scusatemi, ma non è così! Gli ITP insegnano delle materie pratiche, il che vuol dire insegnare un mestiere ad un giovane, avvicinarlo al lavoro, abituarlo a stare in gruppo, a sviluppare senso del dovere , della disciplina, del rispetto, fargli capire che sensazione si prova a guardare delle materie prime, che poi, con fatica e duro lavoro diventano un utensile, un oggetto, il motore, un computer, una prelibatezza culinaria, una bevanda raffinata e tanto altro ancora…

Credete che sia facile? Perché non provate? Certo voi avete studiato anni ed anni, ma non va dimenticato che gli ITP hanno lavorato anni ed anni per trasmettere oggi tutto quello che sanno ad una gioventù che spesso trova gusto nell’imparare un lavoro e magari sceglie di vivere onestamente esercitando un mestiere evitando scorciatoie pericolose.

Inoltre, gli insegnanti ITP hanno superato da un pezzo le lezioni frontali e le vecchie metodologie didattiche, perché esprimono la loro professionalità, in un laboratorio dove avviene la formazione dell’alunno che si accinge ad imparare un mestiere. Inoltre l’ambiente del laboratorio spinge alla socializzazione assolutamente indispensabile quando si lavora in gruppo per “creare”, spinge a superare la timidezza tipica dell’età, gratifica per quella “piccola cosa” fatta con le proprie mani che però è unica, stimola alla sana competizione quale ingrediente indispensabile della vita lavorativa moderna.

Questo e tanto altro ancora vuol dire essere un ITP, al di là delle competenze indispensabili che ognuno di noi deve trasmettere.

Se avete letto attentamente queste poche righe potete capire quanto si complica il lavoro di un ITP se il discente è uno studente diversamente abile. Credetemi, in questo senso mi sento un privilegiato perché posso vedere quotidianamente gli occhi di questi giovani che si illuminano e sorridono per le loro piccole- grandi conquiste, perché vedo come i compagni li aiutano e li coccolano, perché si rendono conto che sono capaci anche loro di fare, perché si accorgono di essere speciali e che non sono messi da parte.

Certo, il nostro lavoro si affianca a quello dell’insegnante di sostegno, sempre presente in laboratorio , ma quanta esperienza abbiamo maturato sul campo noi ? Di solito i diversamente abili sono indirizzati verso gli Istituti Professionali perché lì possono aumentare la loro autonomia e possono imparare un mestiere che, in alcuni casi, possono anche esercitare.

Non voglio convincere nessuno. Figuriamoci. Volevo solo raccontarvi un’esperienza, la mia, diversa da tutte, ma forse simile a tante. E poi, se cominciamo a discriminarci tra di noi come potremmo mai aiutare un diversamente abile ad integrarsi?

Antonio D’Ascoli

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