TFA – I docenti precari con meno 360 gg di servizio si sentono discriminati

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una docente “invisibile” che racconta la sua esperienza personale e professionale.

Buongiorno,

sono una docente “invisibile” che, dopo aver a lungo letto sulla vexata questio dei 360 giorni, vorrebbe esprimere anche il suo punto di vista.

Iniziamo chiarendo che cosa intendo con docente “invisibile”: diplomata al classico con il massimo, essendo votata all’insegnamento, ho conseguito la laurea specialistica in lettere nella prima sessione utile della mia facoltà, a soli 23 anni, uscendo con 110, lode e dignità di stampa, nel maggio del 2009. Nel frattempo avevo già ottenuto un perfezionamento e iniziato a insegnare secondo le modalità che spiegherò dopo. Essendo le SSIS già state chiuse e non interessandomi il dottorato, ho quindi proseguito il mio “lavoro” in attesa dell’apertura del TFA: nei due anni e mezzo seguenti ho continuato a lavorare presso un doposcuola sito presso una scuola parificata, lavoro che, tuttavia, non mi viene assolutamente riconosciuto, in quanto la suddetta scuola si è sempre rifiutata di mettermi in regola, condizione che ho dovuto a malincuore accettare per necessità economiche. Direte voi: “Ma un doposcuola non è insegnamento!”. Vi darei ragione, se non conoscessi le particolari condizioni richieste da tale doposcuola: in quattro anni ho insegnato letteralmente a leggere, a scrivere, a contare e studiare a bambini italiani, albanesi, spagnoli, ecuadoriani e cubani; ho intuito un “ritardo” e guidato una famiglia a certificare l’handicap della figlia, ho spiegato lezioni, insegnato a studiare e interrogato decine di alunni, ho preparato cicli di lezioni di recupero e approfondimento per bambini in difficoltà e via così, assistendo contemporaneamente e in totale autosufficienza decine di bambini di diversa etnia, normodotati e diversamente abili, provenienti da otto diverse classi per volta. Nel 2010 ho acquisito la DITALS II, un esame di circa dodici ore che certifica una competenza avanzata nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri, a cui è possibile partecipare dopo un corso apposito e un tirocinio di circa 200 ore, che ho svolto presso una scuola secondaria di primo grado e un CTP. Dopo tale esame ho iniziato a insegnare regolarmente italiano agli stranieri in una scuola privata, servizio non ritenuto specifico per nessuna classe di concorso, benché nei CTP venga assimilato alla a043. Quest’anno ho iniziato a insegnare anche in un istituto di recupero anni scolastici, servizio non riconosciuto in quanto non si tratta di una scuola riconosciuta, altra ingiustizia dello stato italiano: in tale istituto io faccio macro e micro programmazione, insegno (e in modo complesso, dovendo condensare il programma di un anno in poche ore), preparo verifiche (almeno una ventina al mese), interrogo, faccio scrutini, mi relaziono con le famiglie, ma per il MIUR io non sono una docente. Infine, per pura casualità, ho anche effettuato supplenze nella scuola secondaria di primo grado pubblica: l’anno scorso, pur avendo 35 punti in graduatoria, ho lavorato tre mesi su tre diverse scuole, mentre una mia collega con 45 punti non è mai stata chiamata; quest’anno, con 42 punti, non ho ancora ricevuto chiamate, mentre una collega con 29 punti ha lavorato due mesi.

A cosa vuole portare questo lunghissimo discorso? Primariamente, a illustrare la situazione delle decine di migliaia di “invisibili”, persone che, non avendo i 360 giorni di servizio acquisiti in modo canonico, ma comunque esperienza pluriennale di insegnamento, vengono assimilati a neolaureati, categoria che rispetto profondamente e che ritengo la più danneggiata dall’assenza di un canale abilitante regolare e dai tagli lineari, con le sue legittime ambizioni da soddisfare o meno a seconda del merito. Tali persone non hanno la minima tutela sindacale, sono precari quanto i loro colleghi “usa e getta” (come qualcuno si è autodefinito) che lavorano esclusivamente su supplenze brevi dalla terza fascia, ma in aggiunta sono pagati circa un terzo, non hanno contributi, malattia, disoccupazione, ferie (seppur minime), TFR, infortunio, punteggio. Credo sia vergognoso che nessuno si occupi di questi “schiavi del sistema dell’istruzione”.

Secondariamente vorrei parlare della richiesta di un riservato per i “cosiddetti 360isti”.

Conosco persone che, legittimamente, chiedono al MIUR una soluzione alla loro situazione, insegnando da dieci anni su posti vacanti senza riconoscimento nelle pubbliche: qualsiasi Stato normale li avrebbe già giudicati o idonei al ruolo o incapaci di insegnare, allontanandoli dal servizio, invece di mantenerli in una condizione di limbo a seconda delle sue necessità, senza verificarne davvero la qualità e le capacità. Conosco persone che non possono essere inclusi nel gruppo dei 360 giorni canonici, pur avendo magari insegnato dieci anni negli istituti di recupero crediti o nelle scuole di lingue, aventi 300 giorni di servizio su una classe di concorso nella secondaria di primo grado e 270 sulla classe corrispondente del secondo grado. Conosco, però, anche docenti che hanno accumulato i famosi 360 giorni lavorando 52 giorni effettivi, avendo ottenuto uno spezzone da due ore, magari grazie a conoscenze, in qualche scuola parificata compiacente. Si può davvero paragonare l’esperienza di costoro a quella di persone che hanno lavorato su cattedra di diciotto ore, magari per più di 1800 giorni? Costoro possono davvero affermare di avere più esperienza di me, che come loro ho insegnato, programmato, valutato, recuperato, fatto da segretaria e coordinatrice in consigli di classe, partecipato a collegi docenti, ma sicuramente non posso vantare l’esperienza di docenti veramente precari a lungo termine? Possiamo davvero basare la selezione del personale docente solo sulla lotteria della terza fascia, dove per lavorare devi avere la “fortuna” di scegliere le scuole giuste, di entrare nel momento giusto storico e poter ASPETTARE, anche anni, una chance?

Io credo che le cose debbano funzionare diversamente, che non si possa neanche giudicare in modo così dicotomico il docente in base al possesso o meno dei 360 giorni. So che il criterio si basa su legislazioni europee, ma esse non tengono conto della contorta normativa italiana, per cui se una persona insegna 360 giorni in una scuola pubblica è docente e se lo fa in una privata non parificata con contratti da sfruttamento no. In Europa il lavoro nero non è diffuso come in Italia, i criteri di selezione e reclutamento sono meno arbitrari e contorti, non esistono code pluridecennali di prenotazione per un posto pubblico, aspetto dequalificante e mortificante per chi vi è costretto, ma arbitrariamente ingiusto con i meritevoli che si trovano in una coda intasata e che si trovano tagliati fuori per meri demeriti anagrafici.

Credo che l’esperienza abbia un peso imprescindibile, fondamentale, ma che essa non possa sorreggersi adeguatamente senza la conoscenza, che va comunque verificata tramite modalità sensate, non da quiz televisivo. Avere esperienza DEVE avere un peso, ma non può essere una scusa per evitare una selezione seria, ma ragionevole: l’esperienza va valutata come esperienza, eliminando un tirocinio insensato, non rimuovendo la parte relativa all’accertamento delle conoscenze, non essendoci un legame biunivoco dimostrabile al momento tra conoscenza della materia e espletamento di una supplenza ottenuta da terza fascia GI. Inoltre credo profondamente che l’esperienza non si possa misurare in giorni, specie considerata l’arbitrarietà del sistema delle supplenze e della valutazione del servizio, che mette sullo stesso piano una persona che ha insegnato 18 ore alla settimana con una che ne ha insegnate 2, ma su piani diversi persone che hanno insegnato 52 giorni in due anni e 52 giorni in due mesi.

Ritengo, dunque, di sostenere la causa di coloro che, avendo VERA esperienza, chiedono un diverso percorso, con meno lezioni, meno laboratori, un tirocinio sostituito dalla valutazione del proprio operato in servizio e un costo contenuto, senza numero chiuso. Respingo fermamente, invece, l’idea di chi rifiuta di sottoporsi a qualsiasi selezione meritocratica, disciplinare: credo che un vero docente con esperienza non debba temere una simile prova, anche ad alti livelli qualitativi, in quanto occasione per dimostrare la propria professionalità e il proprio valore, bistrattato in anni di sfruttamento. Credo che, in un momento di tagli atroci e diminuzione effettiva delle possibilità di diventare insegnanti a tempo indeterminato, di crisi profonda del sistema scolastico anche a livello qualitativo, tutti i candidati, anche con molta esperienza, debbano poter dimostrare, senza timore, una elevata professionalità: il fatto che in passato non sia stata sempre richiesta ha solo contribuito a incrementare il fenomeno del precariato, ad abbassare lo standard qualitativo scolastico e a dequalificare lo status di docente. Solo tale selezione, inoltre, permetterebbe concretamente di lasciare qualche chance di insegnamento anche alle nuovissime generazioni, in quanto sarebbe impensabile scaricare le colpe di un sistema intasato su una categoria meramente anagrafica. Spesso i concorsi, in Italia, sono stati poco meritocratici, poco trasparenti: io non credo che sia sbagliato lo strumento, ma coloro che malamente lo hanno guidato, con malafede, interessi personali e disonestà. Non serve accantonare lo strumento, ma renderlo incorruttibile con meccanismi rigidi e trasparenti, atti a rendere davvero impossibile l’intervento di coloro che vogliono truccare il gioco: documenti davvero secretati, controlli più severi, commissari davvero esterni e nominati all’ultimo, magari addirittura stranieri. Test atti a verificare la preparazione, anche umana, del docente, non nozionismo esasperato. Migliorare il sistema, salvaguardando i diritti dei docenti con esperienza meritevoli e lasciando possibilità ai giovani in gamba si può, ma forse non si vuole.

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Una risposta

  1. 10 Dicembre 2011

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