La lettera di un docente Giuseppe Bettoliere dell’I.I.S.S. Galileo-Sani di Latina, a Mario Monti

Egr. On. Monti,
non so da quale mondo lei provenga,quale realtà italiana l’abbia partorita facendola diventare da un giorno all’altro il protagonista di questa fase critica della vita del nostro paese.
Non so se la sua improvvisa designazione a Presidente del Consiglio sia il prodotto della finanza, della politica, dell’industria italiana oppure, com’è più probabile, lei è l’uomo che i  poteri forti hanno scelto per salvare l’Italia dal tracollo economico.
Certamente il suo mondo è lontanissimo dal mio.

Io sono uno dei tanti,anonimi e screditati insegnanti di scuola superiore. Non mi sento parte di una corporazione, come lei ha definito la nostra categoria, nel corso della trasmissione Che Tempo che Fa di domenica sera. Ho sempre pensato che le corporazioni in Italia avessero interessi ben più grossi e differenti dai nostri da difendere, pensavo non a caso alla finanza,all’industria,alla sanità e a talune ben proficue professioni che qui sarebbe oltremodo lungo elencare.

Resta comunque difficile credere che insegnanti che guadagnano in media 1500 euro, che hanno sulle spalle anni e anni di infelice precariato possano costituire un’arcigna corporazione che per giunta sarebbe in grado di imporre, come lei ha chiaramente voluto lasciare intendere, le proprie ragioni al suo governo,al pari di  forze dotate di ben altri poteri contrattuali.

Sig.Presidente le sue accuse superano il limite della nostra pazienza che, chi conosce veramente il nostro lavoro, sa che è già alta, anzi altissima.

A lei però non è bastato definirci  corporativistici  ha poi voluto alzare ancora il tiro come si fa nei confronti di un vero nemico.
Mi permetta a proposito di ricordarle le parole con le quali lei ha concluso il suo indimenticabile intervento televisivo per la parte che riguardava gli insegnanti,
Lei ha affermato,sig. Presidente, che per difendere i nostri privilegi abbiamo mosso migliaia di studenti, spingendoli a scendere in piazza,ad occupare gli istituti a inscenare proteste e inventare slogan di dissenso come li abbiamo visti in tv in questi giorni.
E’ come se dietro il diffuso e non certo nuovo malcontento di tutto il mondo dell’istruzione pubblica, studenti compresi, vi fosse nient’altro che la manovra di noi docenti ostinati a conservare i nostri invidiabili privilegi e che pur di non lavorare due ore in più(sue testuali parole) siamo pronti ad inventarci che la scuola italiana sta andando allo sfascio per mancanza di risorse finanziarie di educazione e volontà politica.

Mi perdoni,sig. Presidente, se insisto su questo punto. A me risulta che l’Italia intera è alla frutta perché finora abbiamo avuto una classe dirigente che ha attinto alle casse dello stato come da un inesauribile e spesso personale salvadanaio.
Lo stesso attuale parlamento con il quale lei ha comunque dovuto scendere a patti è un crogiuolo di interessi particolaristici e in molti casi illeciti. Basti pensare al numero di inquisiti che ogni giorno siedono impunemente tra i banchi e ai quali qualche volta avrà pur dovuto stringere la mano.
Se lei con le sue parole, amplificate dalla televisione, ha voluto suscitare nell’opinione pubblica italiana ulteriori diffidenze verso di noi probabilmente con il suo linguaggio laconico e sentenzioso c’è riuscito.

Da oggi saremo oltretutto anche manipolatori della coscienza dei nostri studenti e sabotatori di giuste e democratiche iniziative di legge. Non so però se in questo momento nella lista nera degli italiani ci sia posto anche per noi,forse bisognerà che l’Italia diventi un paese normale, che si concludano i tanti processi ai parlamentari inquisiti, che si restituisca il maltolto e che si formi finalmente una classe politica onesta ed altruista.
Nel frattempo noi resteremo dietro le nostre cattedre a fare insieme agli studenti il punto della situazione nonostante alcuni consigli provinciali prima di scomparire abbiano minacciato di tagliarci i riscaldamenti.
L’inverno tanto, come la famosa nottata di Eduardo, dovrà pur passare.

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