L’industra alimentare mischia grassi-sale-zucchero e crea pericolose dipendenze

La mia generazione, quella dei nati negli anni ’30, è stata fra le più fortunate nella storia dell’umanità. Siamo nati nel pieno di una grande crisi (quella del ’29), in gran parte del mondo erano andati al potere i portatori di ideologie criminali come il fascismo, il nazismo, il comunismo, il militarismo giapponese, grazie agli americani e agli inglesi, tre furono spazzati via già negli anni ’40, per il comunismo dovemmo attendere fino agli anni ’80, quando scoprimmo che era fuffa, crollò un muro e d’incanto evaporò. Noi il peggio dell’umanità l’abbiamo visto da bambini, per molti è stato utile, per altri no. Comunque noi siamo stati la generazione che si è alimentata meglio. Faccio il mio caso. Fino a 15 anni sono vissuto a pane scuro, latte, quantità industriali di verdure e di fagioli, formaggio tre volte alla settimana, la carne a Natale e Pasqua, acqua del Pian della Mussa che sgorgava dal rubinetto: il sogno di qualsiasi dietologo. Essendo stato allevato, per dirlo in modo elegante «nella cultura della scarsità», il cibo rappresentò per me, sempre, una cosa seria, a cui sempre dedicai, e dedico tuttora, tempo e impegno. Casualmente le mie preferenze mai andarono a cibi che contenessero quelli che oggi gli scienziati considerano i tre killer che danneggiano la nostra salute, e danno dipendenza, grassizucchero-sale.
Il libro di Michael Moss (premio Pulitzer) «Salt sugar fl at: how the food giants hooked us» racconta tutti i trucchi che praticano le multinazionali del settore alimentare: confesso che anche un liberale come me, quando osserva le loro strategie di prodotto, prova disagio, e rabbia: d’accordo il business, la libertà di mercato, la concorrenza, ma furbate sul cibo, no, mai. Moss racconta un incontro (è preciso, 8 aprile 1999, Minneapolis) dei big di Nestlè, Kraft, Coca Cola, Mars, Nabisco, Procter&Gamble, altre, che avevano un solo tema all’ordine del giorno: l’obesità nei bambini. Solo Mudd, della Kraft, propose di ridurre (non eliminare!) l’impiego di sostanze dannose (!) per la salute e ripensare le strategie di marketing. La sua proposta fu cassata, 14 anni dopo la rivista scientifi ca Lancet ha pubblicato dati agghiaccianti: cito solo due dati, un americano adulto su tre è obeso, così un bambino su cinque. Quando sono negli Stati Uniti guardo i poliziotti, confesso di provare profondo disagio: mai potranno correre, solo telefonare o sparare. Trascuro di sottolineare che costoro, riunendosi per parlare di prodotto-mercato, immagino abbiano infranto non so quante norme federali sulla concorrenza e ridicolizzato tutte le storielle sui conflitti di interesse di questi paesi che dovremmo considerare modelli.
Ho letto un’intervista a David Kessler, già direttore del Food&Drug Adm., ha studiato per anni l’alimentazione dell’americano medio, finalmente ha scoperto il trucco. Come noto, singolarmente il sale, lo zucchero, il grasso non sono dannosi, anzi, ma lo diventano quando sono sapientemente mescolati fra loro in combinazioni, quantità e forma diverse: le chiamerei pozioni. Se lo sai, e lo fai scientemente per costringere i tuoi clienti ad avere “dipendenza” verso i tuoi prodotti, e di conseguenza diventare obesi, come hanno fatto le multinazionali del cibo, allora cessi di essere un imprenditore, un business man, non puoi dirti liberale, non fai più management ma un altro mestiere, il delinquente. E in un paese liberale i supermanager criminali devono andare in galera. Semplicemente.

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