Viviamo in una società nella quale essere giovani è diventato quasi un valore morale. Non importa soltanto l’età anagrafica: conta apparire giovani, parlare come i giovani, vestirsi come i giovani, utilizzare gli stessi strumenti e inseguire le stesse mode.
Non è difficile capire perché.
Il modello giovanilistico si adatta perfettamente alla società dei consumi. I giovani sono, per definizione, più disponibili al cambiamento, più sensibili alle mode, più attratti dalle novità tecnologiche e, soprattutto, più facilmente coinvolti in un sistema che continuamente propone qualcosa di nuovo da acquistare, provare, aggiornare.
E così accade qualcosa di curioso: anche gli anziani vengono spinti a comportarsi da giovani. Cambiano il modo di vestire, inseguono le mode, utilizzano i social in maniera compulsiva, acquistano continuamente nuovi dispositivi e cercano di rimanere al passo con ogni novità.
Non c’è nulla di male, naturalmente, nell’utilizzare un social network o nel vestirsi come si preferisce. Il problema nasce quando tutto questo smette di essere una scelta personale e diventa quasi un obbligo sociale: devi essere giovane, o almeno devi sembrare giovane.
Forse il problema è ancora più profondo.
Abbiamo assistito, negli ultimi decenni, a un progressivo indebolimento del sapere critico e a un rapporto sempre più fragile con la storia. E quando viene meno la capacità di interrogarsi sul passato, di mettere in discussione il presente e di distinguere tra bisogni reali e bisogni indotti, diventa molto più facile lasciare che siano altri a stabilire cosa dobbiamo desiderare.
Oggi, sempre più spesso, le regole le detta il mercato.
E il mercato ha bisogno di consumo. Ha bisogno che ciò che possediamo diventi rapidamente vecchio, superato, insufficiente. Il telefono deve essere sostituito, l’automobile aggiornata, l’abbigliamento rinnovato, la tecnologia cambiata.
Non perché ciò che abbiamo smetta necessariamente di funzionare, ma perché deve cambiare il nostro desiderio.
La novità diventa così un valore in sé.
Ed è forse qui che emerge la contraddizione più interessante.
Ci sono persone che contestano questo modello, criticano il consumismo, denunciano l’omologazione e sostengono la necessità di recuperare pensiero critico, memoria e consapevolezza.
Poi, però, nella vita privata, si adeguano esattamente a ciò che contestano.
Criticano i social e passano ore a scorrere Facebook, Instagram o TikTok. Contestano il consumismo e acquistano continuamente ciò che il mercato propone come indispensabile. Parlano contro l’omologazione e poi inseguono le stesse mode di tutti gli altri.
È una contraddizione molto umana.
Forse perché è difficile vivere completamente fuori dal sistema che si critica.
Ma proprio per questo vale la pena almeno rendersene conto.
Perché il vero problema non è avere un nuovo telefono, utilizzare i social o voler apparire più giovani. Il problema è non accorgersi più di quanto le nostre scelte siano diventate prevedibili.
E forse la libertà, oggi, comincia proprio da una domanda semplice: questa cosa la desidero davvero io oppure ho imparato a desiderarla perché qualcuno mi ha convinto che ne avevo bisogno?
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