L’esperienza di Daniela Casaccio, insegnante precaria che si è battuta per l’istruzione ai carcerati di Biella

Mi chiamo Daniela Casaccio e sono un’insegnante di lettere nelle scuole superiori. Nel 2004 mi sono abilitata con la Siss e dopo 7 anni di insegnamento vorrei poter dire che sono finalmente entrata in ruolo, invece mi ritrovo ancora dispersa nel vortice del precariato. Oggi però non sono qui per parlare della mia situazione di precarietà, ma di una vicenda alquanto grave di cui mi sono occupata in qualità di docente, ossia della non attivazione del corso Arte e Moda presso la casa circondariale. Negli ultimi due anni infatti ho scelto di insegnare in questa realtà particolare: non è stato facile all’inizio, perché ti ritrovi davanti a persone adulte, con un vissuto problematico e devi cancellare dalla tua mente ogni pregiudizio per concentrarti su questa nuova missione come insegnante. E’ stata un’esperienza forte e profondamente positiva, tanto che lo scorso anno ho rinunciato ad una cattedra in un’altra scuola per tornare al carcere e fare solo 12 ore settimanali: era infatti importante per gli alunni detenuti poter proseguire il percorso didattico con gli stessi insegnanti con i quali avevano instaurato un rapporto di fiducia.
Immaginate quindi la mia reazione quando, lo scorso luglio, ho saputo che il corso al carcere era stato di fatto cancellato. Non ho potuto ovviamente accettare la cosa.
In sintesi ecco cosa è avvenuto: a causa dei tagli imposti dalla riforma, il provveditore ha ritenuto non fosse possibile far partire il corso, in quanto il numero di alunni iscritti era basso. Peccato che invece per il primo anno ci fossero molte richieste… Ma la cosa davvero incredibile è che né il 2° né il 3° anno sarebbero partiti, impedendo così a coloro che già avevano frequentato negli anni passati di proseguire il loro percorso e di ottenere la qualifica professionale. Questa cosa mi è sembrata molto grave, in quanto va a ledere un diritto costituzionale fondamentale: il diritto allo studio.
Ho avuto la fortuna di entrare in contatto con il consigliere regionale Wilmer Ronzani, il quale ha preso a cuore la questione e si è occupato insieme a me di risolverla. Quando a settembre ho partecipato al primo incontro del Comitato ho spiegato a tutti i colleghi cosa era successo e ho trovato subito grande solidarietà e aiuto. Dopo mesi trascorsi fra interrogazioni alla provincia, appelli alla Regione, articoli inviati ai giornali, finalmente il corso è potuto ripartire, grazie anche alla sensibilità del provveditorato regionale e dell’Assessore Cirio.
Le lezioni sono riprese il 10 dicembre: gli alunni detenuti hanno ricominciato a frequentare con grande gioia e alcuni docenti hanno potuto finalmente trovare un posto di lavoro o completare la cattedra.
La cosa che mi ha lasciata alquanto perplessa, per non dire amareggiata profondamente, è che le istituzioni qui a Biella non si siano interessate alla vicenda o che abbiano cercato di risolvere la questione in modo poco efficace.
L’Assessore all’istruzione probabilmente non ha ritenuto fondamentale salvare il corso, poiché si doveva occupare di altri casi nelle scuole elementari e medie. L’unica cosa che è riuscita a fare, a fine ottobre, è stata quella di proporre alcune ore di lezione tenute dai volontari dell’associazione Gufo re: noi del Comitato ci siamo subito chiesti quali competenze avessero questi volontari per riuscire a preparare gli alunni alla qualifica.
I sindacati, che oggi ci illustrano con schemi chiari e precisi i tagli avvenuti nelle scuole di ogni ordine e grado, non sono intervenuti per cercare di far riattivare il corso: dove erano quando a maggio e giugno il corso veniva soppresso, togliendo agli alunni un diritto fondamentale e ai docenti posti di lavoro? Se adesso il corso è ripartito, con lo stesso numero di alunni che c’era all’epoca, non si poteva evitare tutta questa inutile trafila burocratica?
Dal Sindaco e dalla Giunta comunale non una parola sulla questione: eppure la vicenda è comparsa più volte sui giornali.
Forse tutti speravano che la questione passasse nel dimenticatoio: in fondo ai detenuti non è concesso lamentarsi e forse è giusto che trascorrano 21 ore in cella a fare nulla, magari così riflettono sui reati commessi e riescono a redimersi.
Io tutto questo non l’ho accettato e ho deciso di combattere per difendere un diritto: ce l’ho fatta e ne sono davvero felice, ma ritengo che in questa vicenda molti non abbiano fatto ciò che dovevano.
In questi anni noi docenti abbiamo davvero aiutato queste persone nel loro percorso di reinserimento: molti di loro hanno imparato a modellare e cucire abiti, hanno preso una qualifica che potrà aiutarli a trovare un lavoro e non solo. Abbiamo visto sbocciare nuovi talenti: alcuni alunni hanno scoperto di saper dipingere e hanno affrescato l’intero reparto aule scolastiche, oltre che riprodurre quadri famosi per mostre ed eventi. Altri hanno cucito abiti storici per il progetto “Andar per borghi”. Altri ancora hanno trovato nella poesia e nella prosa il modo per esprimere il dolore e il pentimento, partecipando a concorsi letterari e vincendoli.
Noi del Comitato quindi ci auguriamo che il prossimo anno non si ripeta una simile situazione.

Concludo citando le parole di un’educatrice della casa circondariale: “In molti casi, la devianza e l’adesione a modelli di vita contrari alla legge sono frutto della mancanza di scolarizzazione e di risorse per la ricerca di un lavoro.
L’impegno richiesto dai corsi scolastici, il confronto con altri compagni di studio ed il contatto umano con i docenti hanno sempre costituito uno stimolo alla ricerca delle proprie risorse e capacità, spesso imprigionate da condizioni di vita degradate. Come insegna Socrate, il “maestro”ha il compito di “portare alla luce” capacità, talenti “rinchiusi” nell’allievo.
Credo che l’opportunità di sprigionare le proprie capacità debba essere data a chi, avendo commesso degli errori, sta pagando il proprio debito alla società con la privazione della libertà personale e la perdita degli affetti. Quando avranno saldato il debito, quei “talenti” scoperti saranno i mattoni su cui ricostruire la propria vita. Solo così si potrà restituire alla società persone “nuove”.

Daniela Casaccio


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Una risposta

  1. 27 Febbraio 2011

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