L’intervento del Prof. Davide Passuello all’Assemblea del SEL a Biella


In una giornata a scuola, all’interno di un istituto sulla cui entrata campeggia, ben visibile, la scritta PROFESSIONALE, una persona si aspetterebbe di trovare i laboratori, le officine, le aule di pratica piene di alunni che si alternano nel loro utilizzo con soluzione di continuità: questo sarebbe naturale aspettarsi, sarebbe giusto, lecito, dovuto.
In una mia giornata qualunque entro a scuola, quella in cui lavoro quest’anno, e vedo alunni di qualsiasi corso ed età passare ore ed ore in aula a cercare di assorbire le nozioni propinate dai docenti teorici in ovvio compromesso con la naturale esuberanza e resistenza alla cultura tipica di quell’età. Sono meritatamente condannabili questi ragazzi quando sbagliano la misura del loro non-controllo, non lo sono più quando rivolgono certe osservazioni e domande, disarmanti nella loro semplicità e schiettezza.

Spesso parlo con i ragazzi, ogni giorno, non solo quelli delle mie classi. Chiedo per sapere, per comprendere il loro punto di vista, per migliorarli e migliorarmi insieme a loro, perché come molti miei colleghi mi sento educatore ancor prima che docente, due ruoli indivisibili, ma nettamente distinguibili. Si parla di tutto, dell’Italia e del Mondo, del loro mondo, di scuola soprattutto. Loro osservano e chiedono, vivendolo sulla loro pelle, perché il loro orario stia diventando così simile a quello di un istituto tecnico o un liceo, perché passino sempre meno tempo in laboratorio e le attività pratiche vengano ridotte rispetto agli anni precedenti così come gli argomenti di teoria affrontati, in particolar modo per le materie di indirizzo.
Non posso così esimermi da cercar di spiegare i “perché”, i “come”, i “quando”; non posso non rispondere, non posso dir loro che è giusto ed utile perché, per loro, proprio non lo è e non lo è nemmeno in senso assoluto.

Spesso risulta difficile motivare gli alunni in una scuola in cui la dispersione scolastica è elevata, figuriamoci come si può far loro comprendere che la scuola che si aspettavano di avere non c’è per soddisfare, invece, criteri economici e politici che poco o nulla hanno da condividere con i fini didattici ed educativi. Una politica che gli sottrae proprio quelle ore di teoria e pratica per cui a questa scuola si erano iscritti. Mi chiedo i perché e provo a darmi delle risposte.
La concorrenza degli istituti privati risulta sicuramente un problema in generale per la scuola statale, soprattutto per gli istituti professionali, in particolar modo per quello biellese. L’istruzione privata è sostenuta oltremodo da finanziamenti dello Stato, a mio modesto parere, per giunta ora viene rafforzata in modo indiretto dallo scempio creato da questa riforma e in più è anche caldeggiata in larga parte dall’opinione comune che “il privato è meglio del pubblico”, il più banale dei luoghi comuni con buona pace di chi “il privato” se lo può permettere. Nessuno, però, si preoccupa poi di verificare che sia effettivamente così. E’ proprio di pochi giorni fa la testimonianza di un ragazzo, appena qualificato in un istituto privato diretto concorrente del professionale statale, che mi ha detto in tutta sincerità di non esser contento dell’istruzione ricevuta sia in termini strettamente didattici sia in termini di ambiente scolastico vissuto. Eppure questo istituto ha raddoppiato i suoi studenti in pochi anni. Non a caso, ho utilizzato la parola “concorrente”: una sregolata e, per certi versi, illimitata autonomia scolastica ha dato luogo nel corso degli anni ad un mercato selvaggio di offerte scolastiche e di cannibalismo studentesco che ha generato una guerra fratricida tra le scuole.

Questo è sicuramente un altro problema che affligge l’Istituto Professionale a Biella, ma la Scuola Statale, pur nelle sue diverse istituzioni, è una ed unica e come tale dovrebbe pensare come un blocco unito a far fronte comune alle difficoltà cui il Governo la sottopone, non certo a curare il proprio spazio a scapito di altri. Non è questo il momento di perdersi in discorsi aulici, pieni di principi e precetti largamente ed indubbiamente condivisibili: a questa Scuola, al professionale in generale, serve concretezza, poiché questo è una delle caratteristiche su cui si basa il suo essere. Chi insegna in un professionale sa bene che ad alunni ed alunne deve innanzitutto insegnare un mestiere, questa è la missione, questo è l’obiettivo. L’istituto professionale biellese, da questo punto di vista, è una scuola con molte potenzialità inespresse a livello di docenti, di tecnici e studenti, ognuno di questi per motivi diversi e ciò trova sicura conferma nelle lamentele di industriali e realtà produttive della zona per la crescente mancanza di figure tecniche e professionali, nonché negli annunci che compaiono ogni giorno presso i centri per l’impiego e le agenzie di lavoro interinali e trovano difficoltà ad esser soddisfatti proprio in merito a figure prodotte da istituti professionali. Gli stessi piccoli artigiani (idraulici, elettricisti, sarti, falegnami, parrucchieri, meccanici ecc.) lamentano la carenza di queste figure e inoltre chi il professionale, quello vero, l’ha frequentato venti anni fa, testimonia che i ragazzi, qualificati o diplomati che siano, sono penalizzati nella loro formazione proprio dalla diminuzione delle ore di pratica. Non potrebbe esser altrimenti dato che i tirocini, previsti dal piano di studi nel periodo estivo, recuperano solo in parte tale defezione a fronte di un’azienda che non adibirà mai personale ad istruire e formare veramente uno o più ragazzi-tirocinanti per tre settimane o poco più.

Tutto ciò trova una semplice causa alla luce, peraltro, di una spaventosa contraddizione: gli artefici di tale riforma promuovono politicamente il maggior sostegno alla creazione di figure tecniche e professionali, ma la carta prodotta da loro stessi li smentisce rivelando una drastica riduzione delle ore di laboratorio e delle ore di insegnamento tecnico! Già per il prossimo anno scolastico, nei professionali molti indirizzi spariranno per dar luogo a corsi ancora generici che, seppur utili in una certa ottica, riportano nel quadro orario tre ore settimanali di laboratorio contro le dodici ore attuali, già esigue.
Si vogliono far sparire gli Istituti Professionali ed indebolire gli Istituti Tecnici?

Questo pare il cammino intrapreso, ma il nostro intento va in direzione esattamente contraria. E’ necessario salvaguardare questa tipologia di Istituti per la nevralgica funzione che hanno nel produrre sbocchi lavorativi, soprattutto in un periodo come quello attuale, è indispensabile salvare il professionale a Biella e le proposte del Comitato per rivalorizzare e rilanciare questo Istituto sono molteplici:
1) un mirato aggancio all’industria locale e quindi alle reali esigenze lavorative territoriali, frutto di un’efficace collaborazione sinergica con gli industriali e le realtà produttive della zona;
2) creazione di un nuovo consenso allargato verso questo Istituto, che nel corso degli anni ha perso credibilità ed attenzione da parte di studenti e loro famiglie, tramite l’operato di orientamento da parte di Dirigente scolastico e corpo docente;
3) collaborazione con dirigente scolastici e colleghi di Istituti Tecnici (teoricamente amici, sicuramente affini per natura) per consolidare la funzione di polo intermedio tra il medesimo Istituto Tecnico ed un Ente di formazione professionale;
4) informazione chiara ed esaustiva ai possibili fruitori del Professionale sui cambiamenti che la Riforma ha apportato, sottolineando come l’Istituto sia in grado di formare le nuove figure professionali e stimolare a proiettarsi in un futuro di moderne opportunità.

Queste sono solo alcune proposte per una Scuola che cambia in una società totalmente modificata in qualsiasi ordine e grado. La Scuola cambia, deve cambiare in quanto cuore pulsante della società futura. Il mutamento però deve partire da una convinzione innegabile, oserei dire ovvia: la Scuola non è una spesa, non è mai un peso, è un investimento che prima o poi rende, sempre.
Il mio auspicio, sperando che non rimanga una chimera, è che la Scuola venga cambiata per esser veramente migliorata. E’ sotto gli occhi di chiunque che spesso gli Italiani sono davanti a tutti per risultati scientifici, letterari e non solo: questo è il successo delle capacità del singolo, ma anche di un sistema di istruzione che ne ha saputo valorizzare il talento e l’ha saputo formare, un sistema efficace e non blandamente allineato e copiato da quello di altri Stati. La Scuola muta insieme all’evoluzione della società, non potrebbe esser altrimenti, ma vorrei che chi gestisce queste mutazioni ascoltasse chi vive quotidianamente la Scuola e non si limita a giudicarla sommariamente per numeri, seduto dietro ad una scrivania leggendo sterili e freddi fogli di bilancio.
E ora concludo con la frase che un mio alunno mi disse un paio di mesi fa, l’ho appuntata su un foglio e la riporto così nella semplicità dei sedici anni di questo ragazzo: “ Prof, mica tutti vogliono andare all’Università o passare ore a studiare sui libri!…Io son venuto in questa scuola per sporcarmi le mani, per sapere quanto basta a non esser ignorante, perché presto spero di fare il meccanico e son contento così!”
Aggiungo io: sarei contento anch’io se ce lo permettessero!

Davide Passuello


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