Ancora poco e la qualità della scuola pubblica sarà un ricordo. Ci sono voluti quasi dieci anni, ma siamo a buon punto

di Alessandra De Chirico e Carla Fava

Anno 2003: riforma della scuola dell’allora Ministro Letizia Moratti. Seguendo la teoria che una revisione dei programmi era necessaria, che il rapporto scuola-lavoro doveva essere rivoltato come un calzino, che nella scuola elementare il maestro unico sarebbe stata un gran cosa (poi i sondaggi sconsigliarono e non se ne fece nulla), che il “portfolio” (ma chi se lo ricorda più) si doveva fare, la scuola ha cominciato a perdere risorse e qualità.
Alla fine è stata “la scuola del meno”. Meno ore di lezione, meno tempi lunghi per le famiglie che lo chiedevano, meno compresenze, meno progetti, meno bidelli, meno persone che si occupavano dell’amministrazione. Meno, insomma.
Per far passare tutto questo meno, bisognò convincere che chi difendeva la scuola del tempo pieno, dei progetti di integrazione, della didattica per la persona, difendeva privilegi indifendibili. Ma che cosa volevano questi insegnanti? Vacanze lunghe e poche lavoro.
E così gli insegnanti persero in un colpo solo i loro diritti di lavoratori e anche il riconoscimento sociale che già stava traballando.
Che cosa ha perso la scuola forse non lo si è capito subito: chi ci lavorava ha provato a salvare la qualità disponendo di meno risorse. Ma il settore è delicato e non ha funzionato: gli studi dicono che spesso i nostri studenti sono perdenti nei confronti dei loro coetanei di altri paesi.
A rimediare ci ha pensato la nuova riforma, quella dell’ex ministro Maria Stella Gelmini. Questa volta ci hanno sfiancati con “la riforma epocale
Nella sostanza le risorse per la scuola sono state ancora sforbiciate. Ed è ricominciata la sequenza: questa volta, intanto, meno indirizzi di studio, cancellando le sperimentazioni. E ci si chiede se è mai possibile che nemmeno una valesse la pena di essere stabilizzata. Certo è stato un modo efficace per eliminare laboratori e insegnamenti impegnativi dal punto di vista economico, per non avere più bisogno di così tanti insegnanti tecnico-pratici, per esempio. E poi di nuovo: meno ore di scuola, meno progetti, meno bidelli, meno insegnanti: in tutti gli ordini di scuola!
E oggi?
Proprio per evitare ulteriori guai nel sistema scolastico, gli Assessori Regionali e i Sindacati avevano chiesto di attendere tre anni per giungere al completamento del Dimensionamento Scolastico in modo da razionalizzarlo e renderlo migliore. Sordo a queste richieste, il Ministro Profumo ha invece ribadito il piano precedente che vedrà così l’accorpamento di 1300 scuole.
Questa, certo, è una storia che ha origini lontane: fin dal DPR 233 del 18-6-1998 sul Regolamento sul Dimensionamento degli Istituti scolastici autonomi, il Ministero ha previsto la costituzione di Istituti Comprensivi al fine di garantire una maggiore continuità fra ordini di scuola (infanzia-primaria-media inferiore). Tuttavia tale verticalizzazione (e conseguente accorpamento) ha dato vita a pochissime interessanti esperienze di reale continuità (grazie all’intraprendenza di collegi docenti, diretti da alcuni dirigenti illuminati), e a moltissimi accorpamenti di fatto in cui i vari ordini scolastici sono rimasti scollegati e dove la continuità è rimasta una chimera.
La situazione ora è tale che ci sono situazioni di accorpamenti fra scuole distanti anche più di 20 chilometri, con realtà agli antipodi, dove è impossibile svolgere qualsiasi forma di continuità e dare vita a un’azione educativa efficace, ma dove si attua una evidente azione di esclusivo risparmio economico! E la situazione è destinata a peggiorare.
Dal prossimo anno, infatti, si arriverà a una eliminazione di 1300 scuole, con il benestare del nuovo Ministro.
Si arriva così alla scuola del meno meno: meno presidi, meno dirigenti amministrativi e, di nuovo, meno bidelli e meno personale di segreteria.
Le sottrazioni a tutto campo nel mondo scolastico aumentano e con loro aumenta il precariato, inoltre del dimensionamento non si accorgono direttamente né le famiglie, né gli alunni, né tanti docenti, che non si sentono coinvolti, stavolta (“almeno stavolta non tocca a noi”), sul piano organizzativo e numerico.
Nelle intenzioni iniziali del dimensionamento c’era una base teorica, pedagogica e didattica di grande respiro: permettere che la scuola di base fosse un unicum in cui bambino imparasse senza i traumi del passaggio (soprattutto primaria-media), aumentare perciò le possibilità di apprendimento da parte di tutti i soggetti, facilitando gli alunni meno capaci, diminuendo l’abbandono scolastico (che resta ancora molto elevato nella scuola media inferiore).
Ebbene, se il dimensionamento è ormai un dato di fatto (in ritardo anzi di ben 14 anni, a guardare la legge…) e se, come è certo, darà ulteriori risparmi allo Stato, è irriverente chiedere che questi risparmi vengano in qualche modo reinvestiti nella scuola?
Come?
Per esempio, si potrebbero dare risorse per l’aggiornamento e la formazione degli insegnanti in merito alle modalità per realizzare una reale continuità fra ordini di scuole. Oppure dare alle scuole un organico funzionale che si adoperi per realizzare un dimensionamento con valenza educativa, in modo che non sia esclusivamente un accorpamento fra sconosciuti (quali sono i rispettivi ordini di scuola) che continuano a rimanere tali negli anni.
Sarebbe questo un minimo segnale di discontinuità con la scuola dei meno e dei meno meno, fin qui vista da dieci anni a questa parte.
Invece, per ora si sa che ci sono scuole in arretrato, anche di anni, nei pagamenti ai loro insegnanti, alunni divisi in più classi per evitare di pagare supplenze, insegnanti di sostegno in numero inferiore alle richieste dei servizi sociosanitari e la lista dei meno potrebbe continuare…
Il silenzio sulle risorse da destinare a una rinnovata qualità della scuola da parte dei nuovi tecnici sembrerebbe invece essere l’unica proposta.
Noi, al silenzio, rispondiamo con una rabbiosa domanda: quando cominciamo ad esigere una scuola del più?

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