che paese ci stanno preparando?

perchè si ostinano a portare avanti una riforma che non vuole nessuno?

Gli istituti tecnici e professionali statali, in questi anni sono state le uniche tipologie di scuola in grado di accontentare le richieste di confindustria. Negli ultimi anni le scuole dell’autonomia, sono riuscite ad inserire nei percorsi didattici segmenti d’istruzione atti ad avvicinare la preparazione tecnico-scientifica alle esigenze del mercato del lavoro. L’autonomia scolastica ha permesso alle scuole di stilare contratti formativi con le realtà produttive presenti nel territorio dove opera l’istituzione scolastica. A questo proposito, si era assistito alla crescita esponenziale d’ iscrizioni verso gli istituti tecnici e professionali.
Le mire di riforma della scuola, e le idee messe in campo dal ministro Moratti & Co. portano la scuola ad un impoverimento dell’attività tecnico-pratica-scientifica, propendendo per quella più “astratta” (filosofia e altre materie umanistiche) questo comporterà un conseguente “impoverimento” degli istituti che hanno e che continuano a formare le figure richieste dal sistema produttivo.L’incertezza che grava sul futuro degli istituti tecnici e professionali, sta portando ad una crescita imponente di iscrizioni verso i licei scientifici e classici.
Attualmente, non si capisce perché un Governo deve annullare una valida tipologia di istruzione per favorirne un’altra? Provo ad azzardare alcune ipotesi. Innanzitutto non sono da sottovalutare le spese di gestione, un istituto “astratto” (liceo) impiegherà meno risorse nella strumentazione per la didattica con il conseguente taglio dei laboratori didattici e delle figure che vi operano (insegnanti tecnico pratici), dunque la logica del risparmio non è affatto trascurabile; un’altra possibile causa si potrebbe ricercare nella futura collocazione produttiva del Paese Italia. In quest’ultimo caso le possibilità si suddividono in altri due casi.
Primo: la produzione industriale dovrà fare concorrenza ai i paesi che producono l’eccellenza, quindi alta tecnologia, alta qualità, oppure dobbiamo fare concorrenza a quei paesi che producono prodotti mediocri commerciabili nelle aree meno ricche e meno esigenti?
In funzione della risposta a questo interrogativo, si dovrà preparare il futuro “diplomato” o “laureato”.
Se ci collochiamo verso la produzione qualitativamente medio bassa, non avremo sicuramente bisogno di una scuola che ci prepari dei bravi tecnici e altamente specializzati, ci serviranno, sicuramente, dei ragazzi in possesso di cultura generale, con un semplice “addestamento” allo studio, ma che offrano la massima flessibilità verso il lavoro.
Secondo: la dislocazione della produzione in aree in via di sviluppo dove la manodopera costa pochissimo (Cina, paesi dell’est e addirittura nord africa), avvenuta in questi ultimi anni e che continua ad avvenire, sta portando anno dopo anno ad un abbassamento della domanda delle figure altamente qualificate (ingegneri, biologi, chimici, etc.) al punto da svelare uno scenario abbastanza strano, dove vede i paesi in via di sviluppo puntare verso l’eccellenza formativa e i paesi sviluppati ad abbassare drasticamente la qualità della formazione. Temo che ci stiano preparando un paese, dove in un futuro non proprio lontano, le figure specializzate richieste saranno: raccoglitore differenziato di rifiuti, commessi addetti al terziario, idraulici, insomma, figure che non richiedano una alta preparazione. Chissà, forse in questa maniera riusciremo anche ad abbattere l’immigrazione clandestina, non avranno più la cecessità di venire da noi e dovremmo essere noi ad emigrare. Uno Stato che non investe sui propri giovani dimostra di non essere amministrato da persone lungimiranti e prepara un paese povero di idee, di preparazione tanto da non competere con altri stati che invece hanno scelto di investire sulle risorse umane. Il rischio conseguente è di dover dipendere da quei Paesi che, con arguzia si stanno sempre più avvicinando all’eccellenza produttiva grazie alla preparazione di figure altamente specializzate e qualificate, ma che per tenerci buoni, continuano a definirli “in via di sviluppo”.
Prof. Liborio Butera (insegnante tecnico pratico)

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