L’Istruzione Professionale in Italia

Oggi è ormai pacifico che l’istruzione-educazione rappresenta un diritto e un dovere del singolo cittadino, sancito dalla Costituzione e da documenti internazionali; ma non è stato sempre così. Nella storia dell’organizzazione dell’istruzione pubblica italiana una chiara impostazione del problema dell’istruzione professionale si può dire
non vi sia mai stata. Per lungo tempo l’istruzione professionale, intesa nel senso generico di avviamento al lavoro, apprendistato ecc. fu reputata cosa del tutto estranea all’istruzione organizzata vera e propria alla quale soltanto venne aggregata l’istruzione cosiddetta tecnica che già con la legge Casati del 1859. Acquistava una sua particolare fisionomia affiancandosi agli istituti ginnasiali d’istruzione secondaria. Il concetto di “istruzione professionale” è relativamente recente e si è sviluppato in un momento successivo a quello della organizzazione
dell’istruzione tecnica; storicamente essa si può collegare, semmai, alle vecchie scuole del lavoro, note come istituzioni di beneficenza e sviluppatesi soprattutto attraverso lasciti privati, istituzioni locali ecc. Per vari secoli questa forma caritativo-assistenziale volta a sopperire alla mancanza di un’istruzione familiare-artigiana si mantenne inalterata. La più grave crisi dell’apprendistato e dell’istruzione professionale di questo tipo si verificò con la Rivoluzione Francese e con l’abolizione delle corporazioni. Fu a seguito di queste crisi che anche le scuola del lavoro lentamente si modificarono sotto l’impulso dei nuovi bisogni e con il diretto intervento dello Stato e delle comunità locali. Sul tronco generico della vecchia “scuola del lavoro” si svilupparono progressivamente le istituzioni
specificamente dichiarate “tecniche”: la scuola tecnica, l’istituto tecnico e in un secondo momento la scuola di avviamento professionale.

Dalla Rivoluzione all’Industrializzazione
Per comprendere i diversi orientamenti in materia di istruzione è necessario rivedere brevemente le fasi attraverso le quali essa si è venuta sviluppando negli ultimi due secoli. Fino alla rivoluzione francese esisteva un solo tipo di scuola, corrispondente per grandi linee all’attuale scuola secondaria, che era rappresentata dai collegi dei Gesuiti e da analoghe istituzioni; mentre l’istruzione fondamentale, o di base, era in genere limitata all’ambito familiare. L’istruzione secondaria era riservata a determinati gruppi e categorie sociali e, sulla base di una formazione essenzialmente umanistica, si proponeva di preparare giovani adatti a mantenere le strutture e gli ordinamenti di quel particolare tipo di società. Non esisteva una scuola unitaria di tipo obbligatorio; l’istruzione professionale non si presentava in forme organiche, essa era prevalentemente affidata alla tradizione dell’artigianato familiare, delle attività rurali, delle botteghe-scuola. Nella seconda meta del XVIII secolo la spinta illuministica prima e rivoluzionaria poi, portarono ad affermare il principio che tutti hanno il diritto ad un minimo di istruzione. La legge Boncompagni 1848 e la legge Casati 1859 rappresentarono le prime forme di sistemazione legislativa di un ordinamento scolastico in cui l’istruzione elementare era già concepita come obbligatoria. Ma la legge Casati se da una parte poneva le basi di un sistema scolastico primario e presentava le prime iniziative di un’istruzione tecnica, d’altro canto fondava e caratterizzava l’istruzione quasi esclusivamente sul “ginnasio-liceo”, la scuola classica per eccellenza che, si può dire, rimarrà immutata per quasi un secolo. Il liceo era, nella società borghese liberale, il vivaio delle nuove classi dirigenti. Con le prime forme d’industrializzazione, con l’introduzione delle macchine, tale modello di scuola rivelò i propri limiti: non preparava i tecnici di cui la società industriale aveva crescente bisogno, soprattutto tecnici intermedi. La scuola in genere, nella sua organizzazione prevalentemente umanistica, non fu in grado di evolversi per corrispondere a tali mutate esigenze, tanto che gran parte delle istituzioni scolastiche destinate a preparare tecnici videro la luce al di fuori della scuola, per iniziativa di diversi ministeri (quello dell’agricoltura, dell’industria e commercio per le scuole agrarie e industriali ecc.), con iniziative che solo nel 1930 verranno riportate nell’alveo del Ministero della Pubblica Istruzione. In particolare allorché, tra gli anni 1910 e 1940, le esigenze del mondo della tecnica si fecero più imperiose, nacque quel dualismo contrappositivo tra istruzione classica ed istruzione tecnica che a lungo contrassegnò il modello scolastico nazionale; vi fu chi cercò di adattare l’antico liceo-ginnasio a forme nuove, ma la tradizione classicheggiante impediva una sua reale trasformazione interna ed un suo adattamento ai bisogni nuovi, e ancora lo impediva la tenace resistenza sociale, per cui il liceo classico rappresentava uno dei motivi di differenziazione o di prestigio delle classi borghesi più o meno elevate.

Dalla riforma Gentile al dopoguerra
Nel 1923 con la riforma Gentile si aprì una nuova impostazione dei problemi dell’istruzione tecnica che diede l’avvio alla caratterizzazione dell’istituto tecnico, poi alla scomparsa della scuola tecnica, alla creazione della scuola complementare e successivamente a quella della scuola di avviamento al lavoro diventata poi di avviamento professionale. Durante l’epoca successiva alla riforma Gentile il contrasto tra istruzione classica ed istruzione tecnica fu particolarmente evidente, ma i Ministri dell’epoca, sui quali premevano le esigenze della produttività e della
riconversione industriale, polarizzarono il proprio interesse sui tipi intermedi di istruzione tecnica (scuola e istituto tecnico), destinati a preparare i quadri direttivi medi dei tecnici, dei periti, ecc.
Ne fu un segno la legge 15 giugno 1931, che pose alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione gli istituti di istruzione tecnica già dipendenti dai vari ministeri, ma, soprattutto, il ruolo notevole che assunse all’interno del ministero la Direzione Generale dell’istruzione tecnica per la sistemazione definitiva che venne data ai vari istituti
tecnici, unificandoli e dotandoli di programmi organici. In tutto questo periodo si parlò sempre di una istruzione tecnico professionale, parallela alla tradizionale istruzione classica senza una precisa distinzione tra il significato dei due termini “tecnico” e “professionale” e ammettendo, in generale, il significato di istruzione professionale a quella puramente esecutiva o di mestiere, data dalla scuola di avviamento. In una sistemazione intermedia, rimarranno le scuole tecniche biennali e triennali, la cui natura tecnica o professionale rimaneva ambigua e non nettamente delineata. Minore interesse era rivolto al settore di formazione professionale vera e propria, per il quale venne creata una apposita scuola, la “Scuola di avviamento”. Questa peraltro non costituiva la base degli istituti tecnici, ma piuttosto un istituto a sé, con il duplice ed equivoco compito di completare l’istruzione primaria fino al 14° anno e di dare una generica formazione professionale nei vari settori: agrario, commerciale, industriale, artigiano, femminile, marinaro. Soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale che si aprirà la fase dell’istruzione professionale; ormai apparivano chiari i limiti cronologici e metodologici dell’avviamento; altrettanto chiaro appariva che il settore tecnico e professionale sono complementari ma non identici; appariva chiaro ancora che una istruzione professionale anticipata ad un’età anteriore ai 14-15 anni era un assurdo pedagogico ed uno sperpero economico. Nacquero gli “Istituti Professionali” concepiti e strutturati come scuola di sviluppo pluriennale allineate agli istituti classici e tecnici. La popolazione degli istituti tecnici e degli avviamenti si allargò con ritmo crescente nonostante le remore dei bilanci insufficienti.

La scuola per tutti
Si era arrivati così alla istruzione completa, alla scuola per tutti, una scuola concepita ed ordinata in modo da assicurare alla società forze produttive e direttive di cui essa abbisognava e nello stesso tempo capace
di assicurare all’individuo la possibilità di scegliere quella attività per cui egli risultasse più idoneo e per cui rivelasse particolari attitudini. Comunque è solo dopo il 1946 che sembrò farsi strada una più precisa distinzione fra i due tipi di istruzione: tecnica e professionale; la prima destinata a preparare il personale specificatamente qualificato per la
direzione aziendale; la seconda destinata a preparare il lavoratore fornito di una determinata “qualifica lavorativa”. (di questo atteggiamento c’era già un accenno nella ” Carta della Scuola” – legge Bottai del 15 novembre 1936 – la quale prevedeva una scuola artigiana affiancata ad una scuola media e da una scuola professionale nel periodo 11-14 anni: destinata la prima ai piccoli centri rurali, la seconda a coloro che proseguivano gli studi, la terza a coloro che intendevano avviarsi al lavoro). Nel progetto di legge Gonella (1951) gli Istituti tecnici avrebbero dovuto
preparare i giovani all’esercizio di professioni e funzioni tecniche nel campo dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, della navigazione o delle attività specificatamente femminili; l’istruzione professionale avrebbe dovuto promuovere la formazione umana e sociale dei giovani che si avviavano al lavoro e dei lavoratori. Comunque il progetto si basava su principi fondamentali quali: l’istruzione fino a 14 anno non può avere carattere professionale, ma soltanto orientativo o di cultura generale comune; l’istruzione successiva al 14° anno si suddivide in tre tipi: classico (ilicei), tecnico (istituti tecnici) e professionale (istituti professionali). Ma saranno i Ministeri Gui (25/3/1962 – 17/7/1968) che riprenderanno il tentativo di rinnovare in forma organica i vari ordini e gradi di scuola e
riusciranno a far approvare due riforme: quella della Scuola Media (L.23/12/1962 n. 1859) e della Scuola Materna (L. 18/3/1968 n. 444).

La svolta
Gli anni che vanno dal 1969 al 1971 rappresentano una svolta culturale e pedagogica. In mancanza di una riforma organica nel 1969 con Misasi furono presi “provvedimenti urgenti” quali la nuova formula degli esami di maturità, la liberalizzazione degli accessi universitari, istituzione della maturità professionale e del quinto anno integrativo dell’Istituto Magistrale. Dal 1971 al 1985 i partiti tentarono di approvare in Parlamento una legge riforma complessiva della secondaria, ma il suo cammino parlamentare venne interrotto. Non riuscendo ad ottenere risultati attraverso la via della maxi-riforma parlamentare il Ministro Franca Falcucci, tra il 1985 e il 1987 attuò la strategia dei piccoli passi usando lo strumento degli atti amministrativi, senza dover ricorrere a leggi, per cui predispose: un progetto ministeriale di razionalizzazione degli indirizzi e di riorganizzazione dei piani di studio dei primi due anni della superiore nella prospettiva di innalzamento dell’istruzione obbligatoria; la traccia dei nuovi programmi;
una serie di impulsi per una progressiva estensione delle “sperimentazioni”. Con tali iniziative la Falcucci estese alla superiore una logica del cambiamento, già da ella stessa impiegata con la scuola elementare.
Dunque dalla fine degli anni settanta si incrociarono due fenomeni, da un lato la diminuzione delle “sperimentazioni di struttura” e dall’altro una esplosione delle “sperimentazioni di ordinamento” (nuovo orari, programmi,
discipline all’interno dei tre ordini della secondaria) dette anche minisperimentazioni. Dal 1981 partirono, infatti, i cosiddetti Progetti assistiti dalla Direzione Generale Tecnica. Molti di essi divennero la “normalità” della scuola
tecnica (ministero P.I. 1982). Nel 1987 si perfezionarono i Progetti assistiti per i diversi tipi di istituti professionali. Tutti insieme vennero indicati come Progetto ’92: i tre anni degli Istituti professionali vengono articolati in un biennio unitario e in un monoennio professionalizzante. Si stesero nuovi programmi, si cambiò il curricolo e l’orario di insegnamento dei vari corsi, comprimendo gli insegnamenti specialistici e potenziando quelli culturali, umanistici e scientifici; dopo il triennio si prevede la possibilità di giungere alla maturità professionale anche attraverso percorsi molto innovativi, pure optando per corsi modulari, serali e diurni, predisposti collaborazioni con le regioni e
con il mondo produttivo. Partito nell’anno 1988-89, il Progetto ’92 dal 1995 divenne obbligatorio per tutti gli Istituti professionali funzionanti sul territorio nazionale.

Dal Progetto ’92 alla riforma dei cicli
La scuola professionale uscita da tale periodo di cambiamenti ben poco somiglia va a quella di un tempo. Tra il 1987 e 1992, tuttavia, non fu più possibile usare lo strumento amministrativo per l’opposizione del Parlamento che reclamava il rispetto delle proprie prerogative: il 3 luglio 1990 il sen. Mezzapesa presentò una proposta di legge sulla riforma della secondaria e sull’innalzamento dell’istruzione obbligatoria, testo infine licenziato dall’assemblea il 31
gennaio 1992. Infine la legge di riordino dei cicli scolastici, approvata nel febbraio 2000, prevedeva l’abolizione degli esami di riparazione, la creazione di “istituti comprensivi” (scuola elementare e media) e di “istituti plurindirizzo” (scuole secondarie superiori in cui sono stati accorpati più indirizzi). L’obiettivo della riforma era il passaggio da una organizzazione del sistema educativo centrata sul ministro e sul ministero ad una centrata sullo studente e sull’apprendimento ed a cancellare la forma gerarchica dei rapporti tra amministrazione centrale e scuole ed ad impostarli in termini funzionali e di rete. Ma la legge di riordino delineava anche le nuove norme sulla formazione
professionale e sull’apprendistato: decisivo risultava, per i curricoli della scuola secondaria, il raccordo con la formazione professionale e l’apprendistato in attuazione delle norme sull’obbligo di frequenza di attività formative fino ai 18 anni. Inoltre ciascuna scuola diviene un soggetto giuridico indipendente ed il suo rapporto con il Ministero
funzionale e non più gerarchico. Oggi il nuovo governo di centro destra, nato nel maggio 2001, ha bloccato la
riforma dei cicli nominando una commissione con l’incarico di rivedere la legge sui cicli d’istruzione ed intende riformare anche la maturità (un solo membro esterno nella commissione d’esame) e superare il monopolio tra
pubblico e privato.

E oggi…

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