Spot. La scarpa dal motore in più

Siamo alle solite. Chi si arrangia e dice grazie e chi non si accontenta. E questo “accontentarsi” suona quasi fuori luogo e purtroppo ad ogni età . Quasi dai tempi delle calende greche sappiamo che la pubblicità è il paese dei balocchi. Una volta c’era quello di Pinocchio, adesso invece no. Il balocco non è più un giocattolo tanto desiderato dai bambini; magari una bambola di pezza oppure un camioncino, che un tempo giungevano via caminetto la notte di Natale. Oggi è molto di più.

E’ fortemente avvilente starsene davanti la tele e guardare l’ennesima réclame, dove il “gioco” in questione è una scarpa da ginnastica di una famosa catena di negozi, quella dei deca-gono, deca-ntare, deca-litro, etc. etc. Tanto per intenderci. Ma non è la scarpa di per sé che ci strappa un pensiero; ciò che fa riflettere riguarda la capacità degli spot di inculcare ad un fanciullo, facilmente soggiogabile, quale cosa sia preferibile usare e quale no. Due bambini si alzano al mattino. La scarpa da ginnastica di “marca” diventa il mezzo per portare avanti la conquista della società, della velocità, del posto più bello sull’autobus e così della bambina più carina.

A otto anni? A dieci anni? E poi? E tutto rispetto a quella creatura che invece ne indossa una qualunque, che va a scuola piegato su sé stesso, avvilito, rattristato, perché se avesse potuto possedere quella fantastica suola sarebbe andato tutto a meraviglia. Bando alle ciance. Noi siamo i primi a sostenere la qualità, l’ottimo prodotto, pur di gomma che sia. Ma la questione è: un bambino di otto anni può sentirsi meno “capace” a causa di una scarpa? A questo punto chiediamo che l’infanzia venga tutelata, rispettata, nutrita con quei valori che ribadiamo, pretendiamo, circoscriviamo a partire dal nido familiare. Senza che, nel momento in cui si varchi la soglia di casa, ci sia qualcuno che voglia stravolgere tutto un lavoro che si è compiuto, in anni e anni di crescita di un figlio. Questo no, non va bene!


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